“In difesa della Jugoslavia”, pubblicata la seconda edizione

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Siamo emozionatissimi perchè Velimir Tomovic ci ha permesso di pubblicare la sua foto.

Ringrazio Jugocoord Onlus per avermi omaggiato con la seconda ricchissima edizione del libro “In difesa della Jugoslavia” e per aver citato il mio lavoro nel testo.

Un grande ringraziamento anche all’amico Andrea Martocchia.

Consiglio a tutti coloro vogliano approfondire le vicende della guerra NATO contro la Jugoslavia e del processo contro Milosevic la lettura di questo fantastico libro.

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In difesa della Jugoslavia ha avuto un successo enorme ed è uscita la seconda edizione curata dal Coordinamento nazionale per la Jugoslavia con tutti gli aggiornamenti e il premio Nobel a Peter Handke 

Complimenti a tutti 

Ed è tanto più prezioso per il lettore italiano, in quanto, nell’ultima delle nove sezioni di cui si compone, curata dal Segretario del CNJ, Andrea Martocchia, si dà conto, tra l’altro, delle innumerevoli azioni legali, relative ai tre mesi di aggressione NATO alla Jugoslavia nel 1999, intraprese sia a livello di istituzioni internazionali, che nei singoli paesi, compreso il nostro, con le numerose denunce (e, soprattutto, con l’assoluta inattività della magistratura italiana), presentate da varie organizzazioni contro diversi esponenti del governo D’Alema, complice attivo di quell’aggressione.

Prima che cessassero i bombardamenti NATO, protrattisi da marzo a giugno 1999, il 27 maggio il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) accusava Milosevic di crimini contro l’umanità. Più tardi, l’ex Presidente dirà: «Il significato della persecuzione contro di me è trasformare la Jugoslavia, vittima dell’aggressione, e me come suo leader, negli autori della tragedia che la NATO ha organizzato sul territorio del mio paese. Così, vorrebbero coprire i loro crimini. Ecco perché stanno cercando di mandarmi a L’Aia».

Il 12 febbraio 2002 iniziava il processo. Milosevic non uscirà più, vivo, dalla galera NATO a L’Aja, dopo esser rimasto sotto processo, nel tribunale NATO a L’Aja, fino al suo assassinio, nel marzo 2006. Il 28 febbraio 2004 Fox News scriveva: «Milosevic sarà probabilmente assolto dalle accuse di genocidio», dato che dopo due anni di processo, era «convinzione diffusa» che i pubblici ministeri «non fossero riusciti» a sostenere le accuse.

L’avvocato canadese Christopher Black, capo della Commissione giuridica del Comitato internazionale per la difesa di Milosevic, aveva sintetizzato la situazione: «il processo era necessario alla NATO per giustificare l’aggressione contro la Jugoslavia e il golpe supportato dalla NATO», che nell’ottobre 2000 aveva destituito Milosevic, e dunque «non poteva che finire in uno dei due modi: o con la condanna o con la morte del Presidente Milosevic… Ma una condanna era diventata chiaramente impossibile, dopo la presentazione degli elementi di prova», così che «la sua morte è diventata l’unica via di uscita possibile per le potenze della NATO».

Milosevic «non è morto di infarto l’11 marzo 2006» afferma Andric, ma è stato «ucciso tra le 22.30 e le 23 del giorno prima nella sua cella E04 utilizzando “droperidolo”… sicuramente non avrebbe potuto lasciare vivo l’Olanda». Milosevic, dice ancora Andric «aveva ridotto in frantumi il Tribunale de L’Aia; demolito completamente tutte le accuse, e questo fu il motivo della sua liquidazione… Dopo che Carla Del Ponte si accorse che non poteva fare più nulla, ne seguì immediatamente la morte» dell’ex Presidente.

Si chiudeva così il cerchio aperto coi 78 giorni di bombardamenti NATO (in realtà, il via definitivo alla frantumazione della Repubblica socialista federativa jugoslava, era stato dato nel 1991 con la sponsorizzazione europeista e vaticana delle secessioni slovena e croata, che condussero alla guerra dei dieci giorni in Slovenia nel 1991, a quella in Croazia nel 1991-1995, in Bosnia nel 1992-1995; rimaste sole, Serbia e Montenegro diedero vita alla Repubblica federale jugoslava) proseguito con il golpe a Belgrado organizzato dalla CIA nel 2000, con la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo nel 2008 e coi tagliagole del UCK assurti ai vertici del nuovo “paese”.

Osservatori russi hanno scritto che «con l’esempio della piccola Serbia, l’Occidente ci ha mostrato cosa sarebbe successo a noi; solo una circostanza non ha loro permesso di condurci sullo scenario jugoslavo: l’arma nucleare».

E ancora: l’aggressione NATO del 1999 non fu che «la fase finale della strategia per il controllo totale dell’Occidente sui Balcani. La Casa Bianca aveva messo a punto i piani per la distruzione della Jugoslavia, come stato più ricco e strategicamente più importante della regione», sin dal 1984, con l’amministrazione Regan.

Nel 2018, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, ha ammesso candidamente che l’aggressione del 1999 servì a «prevenire ulteriori azioni del regime di Milosevic», rimuoverlo con la forza e sostituirlo con «un altro, più adatto».

Sempre nel 2018, rispondendo alla domanda se l’aggressione NATO si ripetesse oggi, a suo parere, la Russia interverrebbe nel conflitto, il Ministro degli esteri serbo Ivitsa Dakic rispose: «Ne sono convinto… immaginiamo come sarebbe andata la storia se nel 1999 fosse stato presidente Putin, la Russia fosse stata la stessa di oggi e la nostra leadership avesse chiesto aiuto».

E, di particolare rilevanza, una tra le innumerevoli rivelazioni di Wikileaks (ovviamente ignorata dai media) che nel 2011 mostrava come l’ex direttore della galera de L’Aja, Tim Mc Fadden, informasse costantemente l’ambasciata USA in Olanda sullo stato di salute di Milosevic.

Qualche mese fa, vari siti russi riportavano la testimonianza dell’ex agente della CIA Robert Baer al giornale bosniaco WebTribune, secondo cui negli anni 1991-’94 la sua sezione disponeva di milioni di dollari per le attività in Jugoslavia, in particolare per la secessione delle varie repubbliche.

Alla domanda su quali esponenti bosniaci fossero al soldo della CIA, Baer faceva i nomi di «Stipe Mesic, Franjo Tudžman, Aliya Izetbegovic», ma anche «molti funzionari e membri del governo in Jugoslavia, generali serbi, giornalisti, ecc.; per qualche tempo pagammo anche Radovan Karadžic, ma lui smise di prendere soldi quando capì di poter essere sacrificato e accusato dei crimini in Bosnia, organizzati in realtà dall’amministrazione statunitense».

La stessa cosa di quanto avvenuto nel 1995 con Srebrenica, che, come hanno poi dichiarato ex agenti della CIA, «ricade su bosniaci, serbi e americani; ma, di tutto furono accusati i serbi. Molte delle vittime sepolte come musulmane erano serbe e di altre nazionalità… Srebrenica fu il risultato di un accordo tra il governo USA e i politici bosniaci… fu sacrificata per dare all’America il pretesto per attaccare i serbi».

Insomma, invece di investigare sulla legalità delle azioni della NATO, il ICTY, come rilevò nel 2017 il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov tirando le somme dell’attività del tribunale, aveva indirizzato l’80% del proprio lavoro esclusivamente contro i serbi.

“In difesa della Jugoslavia”, pubblicata la seconda edizione

Criticità del Tribunale dell’Aja

I vincitori del concorso “G. Torre” edizione 2020

Il meme bugiardo di “Sarajevo assediata”.

Si noti nell’elenco di patrocinatori di questa iniziativa “artistica” di propaganda razzista antiserba, alcuni ben noti per essere da sempre in prima linea nella costruzione del meme bugiardo di “Sarajevo assediata”.

Sulle provocazioni del mercato di Markale, che questi bugiardi servi della NATO attribuiscono alle “forze serbo-bosniache”, si veda la nostra pagina dedicata:

Sarajevo 1994: La strage di Markale

e/o si faccia una ricerca testuale nel nostro archivio

Markale false-flag massacres discussed at ICTY

P.S. la “bomba sull’asilo” ieri sul fronte del Donbass è un replay delle tecniche di strategia della tensione che chi ha seguito senza paraocchi la tragedia jugoslava conosce benissimo.

L’immagine che inchioda la clamorosa fake news di chi lavora per la guerra

Tratto da  Jugocoord Onlus, segreteria

Se li conosci li eviti

 

Monumento a Ruggero Giuseppe Boscovich a Milano

Onore e gloria al dalmata italo serbo Ruggero Giuseppe Boscovich

 

Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.

Giacomo Scotti 

 

Monumento a Ruggero Giuseppe Boscovich a Milano

Risposte alle questioni poste dal sig. Cristiano Pambianchi

Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco

Dubrovnik non è MAI stato in Croazia fino al 1991

Croati pigliatutto . Giacomo Scotti

La Croazia scippa personaggi storici italiani

Quando volevano dividersi la Bosnia

Salvata in pdf questa pagina:  Bosnia

Croazia: la distruzione dei libri negli anni ’90

Le contraddizioni della mostra Marino Darsa

A Dubrovnik vivono i serbi, non i croati

Meno male che ci siamo salvati i commenti in un pdf della Mostra Marino Darsa a Milano perchè stanno cercando di nasconderli. Coda di paglia ?

Commenti Marino Darsa

La condanna a Predrag Matvejević

La letteratura italiana in Dalmazia: una storia falsificata

Planetario di Belgrado. Società Astronomica Ruđer Bošković.

La Croazia della vergogna

 

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“CROATI PIGLIATUTTO”
Magistrale pezzo di Giacomo Scotti nella “Voce del popolo”
“E dopo le amebe vennero i Croati…
Marko Polić-Pol “
“Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul “Corsera” di Milano e riportato integralmente da “La Voce del Popolo” l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani “colpevoli” di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano.
Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il “Supremo” si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo “connazionale”, ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri “storici” croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una “casa di Marco Polo”) e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.
In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della “partita doppia” fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo.
Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore – Benedetto non suo padre – del famoso libro “Della mercatura e del mercante perfetto” pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali.
Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” – vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle “dimostrare” che i “cosiddetti” italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori.
Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo “Trubaduri”, Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui.”
fIrmato: Giacomo Scotti
(da.linkiesta.it del /2011/05/01)
 
 
Riassumendo i punti che tratta il seguente video. L’idea di una Jugoslavia è nata a Zagabria e prima della riforma di Vuk Karadžić i croati non avevano una propria lingua letteraria. Prima della Jugoslavia la Dalmazia ha fatto parte della Croazia; se non c’era l’esercito serbo sia la Slovenia che la Croazia non esisterebbero. I Serbi per creare lo stato jugoslavo hanno perso più di un milione di vite e la Serbia è entrata nella Jugoslavia comprendendo Macedonia, Vojvodina, Kosovo e Montenegro, invece sloveni e croati sono entrati con lo stato di sloveni croati e serbi che nessuno al mondo riconosceva. Poi va a spiegare tutti i punti sopra, entrando nel dettaglio.
 
 
 
Ricordiamo le 5 scrittrici croate allontanate ingiustamente e anche Giacomo Scotti, continuamente minacciato . …..Durante la sua permanenza a Globus ha acquisito una certa notorietà grazie a un pezzo d’opinione del 1992 non firmato (che alla fine ha ammesso di aver scritto), intitolato “Croatian Feminists are Raping Croatia”, in cui ha attaccato cinque scrittrici femministe croate ( Slavenka Drakulić , Vesna Kesić , Jelena Lovrić , Dubravka Ugrešić e Rada Iveković), accusandoli di tradire la Croazia. L’articolo è stato fonte di significative controversie che alla fine hanno portato a una causa per diffamazione contro la rivista. …. Una preghiera anche perchè ci aiuti Matvejevic, ingiustamente accusato pure lui
 
 
 
SOLIDARIETA’ A GIACOMO SCOTTI.
Sul numero di ieri della Voce del Popolo (link in calce) è apparso un articolo con il resoconto della riunione dell’Assemblea degli italiani di Fiume, svoltasi giovedì scorso, alla fine della quale, come si può leggere nel testo che ricopiamo di seguito, è stato nuovamente preso di mira, per le sue posizioni storiografiche, Giacomo Scotti, già in passato vittima di una vera e propria persecuzione da parte di ambienti nazionalisti, italiani e croati.
“A fine seduta, i consiglieri si sono soffermati sulle affermazioni di Giacomo Scotti, espresse durante un’intervista rilasciata dal quotidiano Novi List, in cui sminuiva l’entità dell’esodo e il dramma delle foibe. La Comunità degli Italiani di Fiume ha deciso di dissociarsi da quanto esternato dallo scrittore nell’intervista, in quanto “in essa viene presentata una versione parziale della storia dell’esodo, che si presta a interpretazioni parzialmente nocive per la CNI”.
Riteniamo che sia ora di finirla con queste espressioni prive di valore storiografico, ma contemporaneamente dal sapore intimidatorio, che pretendono di criminalizzare chiunque faccia ricerca storica seria sui fatti del confine orientale d’Italia, tacciandoli di “sminuire”, “negare”, “ridurre” e via di seguito, solo perché si sono “permessi” di smentire buona parte delle fandonie diffuse artatamente da decenni, prima dai nostalgici del fascismo e dei nazionalisti adriatici, poi accolte anche da parte della storiografia “antifascista”.
Solidarietà a Giacomo Scotti, che alla bella età di 93 anni ha ancora la forza di volontà di ribadire la verità storica, nonostante tutti gli attacchi che ha subito negli anni.
Vorrei che gli esprimessimo la nostra più ampia solidarietà, stigmatizzando il continuo uso di screditare, con l’assurda accusa di “sminuire l’entità di esodo e foibe” chi ha invece lavorato per ricostruire seriamente la storia di queste terre.
Claudia Cernigoi
 
 
 
 
 
 
 

Mostra Marino Darsa alla Pinacoteca di Brera di Milano

Mostra Marino Darsa alla Pinacoteca di Brera di Milano

Risposte alle questioni poste dal sig. Cristiano Pambianchi

Giacomo Scotti . Croati pigliatutto

Ruđer Bošković – Ruggero Boscovich

Meno male che ci siamo salvati in un pdf  i commenti alla Mostra Marino Darsa perchè stanno cercando di nasconderli . Coda di paglia? 

Commenti Marino Darsa

darsa .. qui aggiornato con le bandiere serbe 

Salvata in pdf anche la pagina sulla Bosnia

La Croazia della vergogna

Molti volumi non sono stati potuti essere esposti perchè i croati li hanno bruciati.

Il cambio di regime in Croazia all’inizio degli anni Novanta ha avuto, accanto alla sua accezione politica ed economica, anche una dimensione bibliotecaria, prima di tutto attraverso la “dismissione” straordinaria dei libri, ovvero una sistematica e pedante eliminazione di tutti i libri che il nuovo regime riteneva inadatti, sia a causa della nazionalità ed altri dettagli bibliografici degli autori, che del luogo di edizione del libro, che del suo contenuto.
 
 
 

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“CROATI PIGLIATUTTO”
Magistrale pezzo di Giacomo Scotti nella “Voce del popolo”
“E dopo le amebe vennero i Croati…
Marko Polić-Pol “
“Potrei firmare anche virgole e punti del testo pubblicato da Gian Antonio Stella sul “Corsera” di Milano e riportato integralmente da “La Voce del Popolo” l’indomani (23 aprile), ma poiché sull’argomento dell’appropriazione indebita di grandi personaggi della letteratura, della cultura e della storia italiana ho scritto a più riprese, arrabbiandomi forte, negli ultimi cinquant’anni, proverò a fare una cernita e una sintesi su questo brutto vezzo degli storici e politici croati – e fossero soltanto loro! – che non hanno risparmiato nessuno dei tanti grandi italiani “colpevoli” di essere nati o semplicemente di essere passati nelle e per le terre della Dalmazia, del Quarnero e dell’Istria oggi incluse nella Croazia. Per questi signori quegli italiani, per lo più sudditi della Serenissima repubblica di Venezia, furono e restano croati.
Negli ultimi venti anni si è giunti a croatizzare il veneziano e italiano Marco Polo. Già Franjo Tuđman lo fece, ora c’è caduto Stjepan Mesić, anche lui per un viaggio in Cina. Nel periodo immediatamente successivo alla secessione della Croazia dalla Jugoslavia ed alla conquista dell’indipendenza, all’inizio degli anni Novanta del secolo appena tramontato, nel contesto di un nazionalismo esasperato dalla guerra e dai rancori prolungatisi nel dopoguerra, Tuđman e i suoi se la presero anche con l’Italia e si appropriarono di numerosi scrittori, architetti, scultori ed altri artisti italo-veneti, dichiarandoli croati.
Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano.
Poi si è arrivati al celeberrimo Marco Polo. Recandosi in Cina, il “Supremo” si vantò davanti al Congresso del Popolo di aver seguito le orme del suo “connazionale”, ordinando ai suoi di scriverne il nome con la kappa: Marko. Cominciò da allora a correre sulla linea ferroviaria Zagabria-Venezia il treno Marko Polo (e l’Italia non protestò) e prese a navigare, come tuttora naviga, la nave passeggeri Marko Polo con la kappa. Dunque, a dire di Tuđman e di altri “storici” croati il veneziano sarebbe nato a Curzola (dove una leggenda parla di una “casa di Marco Polo”) e sarebbe stato di nazionalità croata. Oddìo, c’è pure qualche altro che lo vuole nato a Sebenico, ma lasciamo stare. Certo, in Dalmazia, ancora oggi, gente col cognome Polo, De Poli e simili ce n’è tanta, ma è pur vero che Venezia fu la signora della Dalmazia e di gran parte dell’Istria per quattrocento anni e ci furono giudici, capitani, podestà, rettori e conti veneziani mandati sull’Adriatico orientale che si chiamavano Polo e lasciarono in queste terre qualche rampollo, come l’hanno lasciato i Tiepolo (vedi a Pago i Chiepolo) i Cambi a Spalato, i Fiamengo a Lissa eccetera, eccetera.
Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Mise piede in Italia soltanto per visitare a Roma la mostra dell’arte rinascimentale croata, quasi esclusivamente dalmata e quasi esclusivamente fatta di opere di scultori e architetti italiani del Rinascimento. Purtroppo ad ospitare quella mostra fu la Città del Vaticano e Tuđman mise piede in Italia soltanto per andare in quel minuscolo anche se potentissimo Stato.
In alcune guide della Croazia e in tutti i libri di testo in materia di commercio nelle scuole superiori croate si legge che l’inventore della “partita doppia” fu un croato, e si fa il nome di Benko Kotruljić alias Kotruljević, raguseo.
Ebbene quell’uomo era Benedetto Cotrugli, figlio di un mercante pugliese stabilitosi a Ragusa, autore – Benedetto non suo padre – del famoso libro “Della mercatura e del mercante perfetto” pubblicato a Venezia nella prima metà del XV secolo. Oltretutto, il Cotrugli visse per lo più in Italia e si spense a Napoli.
Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali.
Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” – vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia.
A Fiume, un modesto autore di saggi su argomenti più disparati relativi alla cultura, all’arte, alla museologia, alla storia e agli eventi politici del capoluogo del Quarnero, per dimostrare che tutto qui fu in passato e resta oggi croato, se la prese con alcuni nostri scrittori, facendo i nomi di Ezio Mestrovich e Nirvana Ferletta, scrivendoli alla croata: Meštrović e Frleta- Volle “dimostrare” che i “cosiddetti” italiani fiumani, e non solo loro, erano dei croati voltagabbana, quasi quasi dei traditori.
Che ne direbbe se io gli mettessi sotto gli occhi e il naso cognomi italiani di personaggi croatissimi come il leader del Partito nazionale croato della seconda metà dell’Ottocento, Juraj Bianchini, oppure il grande poeta croato dello scorso secolo, Gvido Tartaglia, il grande attore zagabrese del Novecento, Tito Strozzi, o l’attuale ambasciatore croato in Argentina Castelli, il notissimo studioso d’arte in Dalmazia, Nenad Cambi, il poeta Jakša Fiamengo, il compositore Mario Nardelli, l’architetto Bernardo Bernardi, il capo dell’Istituto di Epidemiologia della Croazia, dott. prof. Dinko Rafanelli, il cantante del gruppo “Trubaduri”, Luciano Capurso, il presidente del Sindacato dei marittimi della Croazia, Predrag Brazzoduro, la giornalista Sanja Corazza, il pittore Josip Botteri Dini, il giornalista e leader degli studenti croati, Vojislav Mazzocco? Potrei continuare fino a domani.
Ho scritto altre volte e lo ripeto qui: la Croazia ha grandi croati, uomini e donne, di cui vantarsi, che meritano di essere celebrati in tutti i campi, compresa l’arte e la letteratura; non ha perciò bisogno di rubarli ad altri popoli. Temo però che i ciechi nazionalisti non cesseranno mai di rubacchiare per ornarsi delle penne altrui.”
fIrmato: Giacomo Scotti
(da.linkiesta.it del /2011/05/01)

IL PENSIERO DI JOVAN DIVJAK

È scomparso recentemente il generale bosniaco Jovan Divjak, che era stato ospite a Trieste in una conferenza pubblica a Trieste nel maggio 2018. Di etnia serba, era ufficiale dell’Armata jugoslava al momento della dichiarazione di indipendenza della Repubblica di Bosnia-Erzegovina, e fu dall’8/4/92, il 2° Comandante della Difesa Militare di Bosnia durante l’assedio di Sarajevo. Presentato come il “difensore di Sarajevo” ed il “generale dei bambini”, è stato però anche accusato di crimini di guerra dai Serbi di Bosnia, come responsabile del massacro di una colonna dell’esercito jugoslavo (composta da ufficiali e soldati montenegrini) che si stava ritirando da Sarajevo.Nonostante Divjak si sia sempre definito “orgogliosamente jugoslavo”, non possiamo fare a meno di esprimere dei dubbi su questo suo sentimento, anche in base a ciò che lo abbiamo sentito dire. Egli stesso si è schierato, in armi, per il distacco della Bosnia-Erzegovina dallo Stato cui apparteneva: non possiamo accettare la sua definizione del conflitto, che non sarebbe stata “una guerra etnica ma l’attacco ad uno stato membro delle Nazioni Unite”. Era la Jugoslavia ad essere membro dell’ONU, non le varie repubbliche che decisero di rendersi indipendenti scegliendo uno status su base etnica, fregandosene se nei propri confini erano presenti anche altre etnie. Del resto noi non siamo del parere che l’appartenenza religiosa possa essere considerata un’etnia; riteniamo invece corretta la definizione, contestata da Divjak, di “serbi e croati convertiti” all’Islam per definire l’“etnia” islamica e sbagliò a suo tempo il governo jugoslavo a riconoscere a chi si dichiarava islamico di costituirsi come etnia, fatto che portò alla guerra di religione che si scatenò in Bosnia. La Bosnia-Erzegovina pretese l’indipendenza in base al fatto che i “bosgnacchi” (cioè gli abitanti di religione islamica) sarebbero stati in maggioranza, senza considerare che nel territorio vivevano anche serbi (ortodossi) e croati (cattolici), in maggioranza rispetto a loro; fu questo a scatenare la guerra che diede il via ad uno sterminio indiscriminato di tutti contro tutti: i serbi massacrarono croati ed islamici, i croati serbi ed islamici, gli islamici croati e serbi. Avere avallato, come comandante militare, la secessione armata, non è stato, a parere nostro, un atto di fratellanza né di civiltà: fosse stato “orgogliosamente jugoslavo”, Divjak non avrebbe accettato la politica dei dirigenti islamici del suo paese andando contro il governo centrale di Belgrado. Per questo motivo non ci sentiamo di unirci al quasi unanime coro che in questi giorni lo ha ricordato come difensore dei deboli ed internazionalista convinto.A ciò aggiungiamo le posizioni allora espresse di politica internazionale. Ha accusato la Russia di occupare la Crimea nell’indifferenza dell’Unione Europea, mentre invece è stata la Crimea, con referendum, a scegliere l’annessione alla Russia: per coerenza con il suo passato secessionista, avrebbe dovuto riconoscere il diritto all’autodeterminazione della gente di Crimea; né possiamo essere d’accordo con lui sulla necessità che la Bosnia Erzegovina entri nella Nato. Infine ci è sembrata un’opinione piuttosto discutibile asserire che il fanatismo islamico si sarebbe sviluppato in Bosnia solo dopo che in Europa fu creata animosità nei confronti dell’Islam.

Pubblicato da “La Nuova Alabarda ELCDD” il 16 aprile 2021

Per spiegare questo articolo è necessario fare un salto indietro a un altro articolo del 25 aprile 2019

In un contesto già sufficientemente confuso e disorientato, nel quale il significato specifico della Festa della Liberazione come anniversario della vittoria sul nazifascismo viene sempre più spesso eluso – tra eventi gastronomici, bande che suonano inni che non c’entrano nulla, sincretismi incomprensibili con movimenti animalisti o new age –, in Emilia-Romagna si registrano sgradevoli strumentalizzazioni della ricorrenza.Già in passato avevamo notato come le celebrazioni della strage di Marzabotto fossero talvolta segnate da riferimenti fuorvianti ai fatti di Srebrenica (1). Stavolta, per il 25 Aprile, a Marzabotto (Monte Sole) tra gli invitati d’onore figura Jovan Divjak, descritto come “il generale che difese la città di Sarajevo durante l’assedio”. Addirittura, si annuncia un suo “tour partigiano” in diverse località italiane nei giorni tra il 23 e il 30 aprile 2019.Ma chi è veramente Jovan Divjak? Già a capo della Difesa Territoriale in Bosnia-Erzegovina, nei mesi a cavallo delle “dichiarazioni di indipendenza” con cui ha inizio la tragedia del suo paese (1991-1992) viene scoperto e giudicato dalla Corte Marziale dell’esercito jugoslavo per illegittimi rifornimenti di armi. Gli vengono inflitti 9 mesi di carcere cui si sottrae passando al nemico, cioè alle milizie nazionaliste bosgnacche di Alija Izetbegović. Da capo militare della zona di operazioni di Sarajevo è da considerare perlomeno corresponsabile della efferata strage della via Dobrovoljacka (3 maggio 1992), quando i suoi attaccano alle spalle le giovanissime reclute dell’Armata Jugoslava, che si ritirano pacificamente verso la Serbia in base agli accordi, causando 42 morti, 73 feriti, 215 prigionieri: è la prima grande strage di Sarajevo, mai ricordata da nessuno in Italia.A Sarajevo e dintorni seguiranno altre stragi – vere, finte, o più spesso “false flag” cioè con falsa attribuzione anti-serba (2) – tutte mirate a gettare benzina sul fuoco e ad impedire il rispetto dei cessate-il-fuoco. È la strategia della tensione voluta dal partito islamista e dai suoi mentori della NATO, che attraverso un oculato lavoro di marketing sulla stampa internazionale nascondono la distruzione della Jugoslavia, e della sua repubblica più devota ai valori fondativi di “unità e fratellanza”, la Bosnia-Erzegovina appunto, dietro agli slogan su “Sarajevo assediata”. Ma è una narrazione bugiarda e ipocrita (3), tant’è vero che osservatori più moderati hanno parlato di una Sarajevo presa in ostaggio dalla sua stessa classe dirigente secessionista (“doppio assedio” secondo la definizione di Tommaso Di Francesco). La riproposizione di quegli schematismi manichei e ignoranti su “bosniaci buoni” e “serbi cattivi”, come se i serbi di Bosnia non fossero bosniaci anch’essi, dopo tanti anni dai fatti e addirittura all’interno della festa del 25 Aprile, la dice lunga sul “pacifismo” di certi ambienti, che rimangono indisponibili a un ripensamento, a una analisi più equilibrata di quanto è successo all’epoca in Jugoslavia e in Bosnia.A seguito del mandato internazionale di arresto per crimini di guerra, spiccato dalla magistratura serba, il 2 marzo 2011 Jovan Divjak veniva arrestato all’Aeroporto di Vienna mentre si recava in Italia per iniziative analoghe a quelle di questi giorni.. Dopo meno di una settimana veniva scarcerato dietro pagamento di una cauzione di ben 500mila euro; a fine luglio seguiva la scontata decisione della magistratura austriaca che, in osservanza alla vulgata NATO sulla guerra fratricida bosniaca, negava la sua estradizione. Eppure, è legittimo domandarsi per quale motivo le responsabilità derivanti dall’essere a capo della “catena di comando” non debbano pesare su uno Jovan Divjak almeno quanto quelle che sono state fatte pesare all’Aia su un Ratko Mladić. Quello di Jovan Divjak è un esempio da manuale di applicazione del criterio dei “due pesi due misure” nel giudizio occidentale sui criminali di guerra nei fatti bosniaci. Che tutto questo debba insozzare anche il 25 Aprile di Marzabotto è uno scandalo. Più opportuno sarebbe che gli antifascisti emiliani riflettessero su come la secessione bosgnacca, nell’ambito della distruzione della Jugoslavia, abbia rappresentato una inversione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale, vera e propria revanche di quelle forze reazionarie che ai primi anni Quaranta disponevano persino di una propria formazione SS.

Il Direttivo di Jugocoord Onlus, 23 aprile 2019

Basta con le strumentalizzazioni del 25 Aprile!

Sarajevo 1994: La strage di Markale

Waffen-Gebirgs-Division der SS “Handschar”

Replica al comunicato del presidente A.N.P.I. su Srebrenica

Divjak Faces War Crime Charges in Bosnia

 

CURVA EST, LO SPORT, LA POLITICA

“Curva est” è una pagina di sport davvero carina in Face book. E’ gestita da Gianni che è un ragazzo solare che si fa voler bene perchè ride sempre ed è di compagnia. Ha viaggiato tanto nei Balcani e quindi i suoi racconti sono molto coinvolgenti. E’ preparatissimo su molti sport e molti della nostra crew seguono volentieri la sua pagina.

Il problema di Gianni è che alle volte sbanda. Procediamo con ordine. Tutto nasce il 25 maggio 2020. Questa data è molto importante per i Balcani perchè è la giornata della gioventù, ma, aimè, è anche una triste giornata per Tuzla poichè una bomba ha ucciso 71 ragazzi nel 1995. La bomba è stata lanciata quasi sicuramente dai serbi, ma non è l’unica strage che è accaduta a Tuzla. I musulmani attaccarono una colonna JNA uccidendo 93 ragazzi di 20 anni. Chiediamo che Gianni parli anche dell’assalto alla colonna JNA dato che parla delle bombe serbe e ci risponde che non ne vuole fare accenno. Daltra parte non è certo la prima volta che si censura la storia. Un insegnate dice che racconterà metà storia ai ragazzi e noi facciamo presente che raccontare solo una parte della guerra è disinformazione, ma i commenti vengono cancellati e le persone bloccate. Se ne parla tra i vari gruppi serbi, ma nessuno si spiega questa assurda presa di posizione, tanto più su una pagina che parla di sport.

Passano i mesi e arriva la commemorazione di Oluja. Gianni ne parla si, ma non su “Curva est” bensì sul suo profilo privato e quindi non a 8.000 persone, ma a pochi amici. Il profilo è pubblico, ma non si puo’ commentare. Tuttavia tutta la nostra crew è li a leggere come si sviluppa il discorso e ti leggiamo niente meno che offese e diffamazione a una persona della nostra crew da parte di una amica di Gianni. Chiediamo chiarimenti in posta privata, ma nessuna risposta

E arriviamo ai giorni nostri. Pochi giorni fa, Gianni, pubblica un articolo scritto da un giovane ragazzo albanese che tratta della criminalità serba legata allo sport. L’articolo è piuttosto squallido e prende solo 79 like su più di 8.000 followers. Naturalmente i commenti di critica vengono cancellati e l’articolo parla per il 10% di sport e per il 90% di criminalità, ma Gianni dice il contrario. Va bè.. non tutti i gusti sono alla menta

Tutto precipita quando il giovane scrittore pubblica questo squallido articolo in un gruppo Face book balcanico ove è già una impresa faraonica andare tutti d’accordo. Immediatamente arrivano gli estremisti bosniaci e albanesi a dare il meglio di se. I serbi, sempre molto corretti, chiedono il perchè di tanto odio gratuito e il giovane scrittore risponde maleducatamente. Quando anche Gianni usa toni poco amichevoli, l’articolo viene rimosso

Non una parola per le migliaia di morti civili dell’attacco NATO alla Jugoslavia, ma ampi spazi per l’assedio di Sarajevo, della serie la mamma dei serbofobici è sempre incinta. Purtroppo a Gianni viene dinuovo in mente di mettere l’articolo sull’assedio di Sarajevo in quel gruppo che ha cancellato il post su Arkan e veramente tutti si sono chiesti se non capisce quando passa la misura. Chiede rispetto per i suoi morti ma è il primo a non rispettare quelli degli altri

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Parallelamente a tutto cio’, Gianni ci chiede un nostro articolo e noi ce l’abbiamo da anni un articolo che unisce serbi e albanesi nello sport! Tagghiamo Gianni sotto all’articolo e .. nulla. Pubblichiamo l’articolo su “Curva est” e viene immediatamente cancellato. Ora lo pubblichiamo qui nella speranza che Gianni lo legga e nella speranza che si ponga in maniera più collaborativa nei nostri confronti

Stesso articolo ma scritto da una persona senza pregiudizi.

FK OBILIĆ, NELLE STANZE DI ARKAN

Altro articolo:   Arkan “la tigre” e l’FK Obilić: storia di un miracolo, sì, ma antisportivo

Cerchiamo la pace e no Guerra

Pace e bene e tanto sano sport!

Balkan crew

ARTUR E I COMPLICATI VIAGGI BALCANICI

Artur è un nome completamente inventato, ma è l’unica cosa inventata di tutto ciò che sto per raccontarvi.Artur è albanese ed ha sposato una bellissima ragazza, albanese anch’essa. Per mantenere la famiglia è stato costretto ad emigrare prima in Macedonia, poi niente poco di meno che a Belgrado e poi in Italia.Ora vive in Italia con i suoi 4 figli.

Nel 1995, in piene guerre balcaniche, aveva deciso di tornare al paese con la famiglia per rivedere i suoi cari.Con la moglie e i bambini e la sua macchina vecchia e sgangherata ha fatto un viaggio che noi della crew conosciamo molto molto bene, ossia è passato da nord, ovvero dall’Ungheria.Giunti presso città di Baja, non molto lontani dal confine, ma in aperta campagna, la macchina si rompe.Artur e la moglie sono disperati. E’ notte, solo campi a destra e a manca.In lontananza si vede una casa e Artur decide di andare a chiedere aiuto.La casa è abitata da due signori che aprono la porta ad Artur e gli promettono due meccanici.Ma Artur insiste per chiamare la polizia. Nulla da fare. I due signori chiamano i meccanici.Dopo un po’ arrivano due tipi loschi.Il figlio più grande di Artur inizia a dire :- Papà non ci fidiamo di questi 2.Ma Artur è una persona onesta e se sei onesto, ti aspetti che lo siano anche gli altri.I due dicono ad Artur di togliere le valigie perchè devono guardare dappertutto dov’è il guasto.Dopo un po’ di lavoro la macchina parte e Artur s’illumina d’immenso, ma solo per un attimo, perchè, in men che non si dica, i due salgono sulle due macchine e scappano.Artur inizia a piangere con la moglie e i figli. Quasi non ci crede. Una macchina vecchia e stravecchia, perchè rubarla ?

A questo punto del racconto faccio una pausa perchè io sono scoppiata a ridere.Chiedo scusa ad Artur e a tutta la sua famiglia, ma mi sono venute in mente tutte quelle dicerie : albanesi tutti criminali, il popolo dei coltelli…E invece quel povero uomo si era fatto fregare una carcassa di macchina da due criminali di xxxx .Ma Artur è religioso e credente ed anche disperato. Torna alla casa e gli dice cio’ che era successo, ma quei due non ne volevano sapere di nulla.Allora Artur torna e guarda la moglie, i bambini e le valigie.Alla vista delle valigie Artur capisce che c’è sempre una via di speranza, perchè avrebbero potuto anche rubargli l’auto con le valigie dentro, invece gliele hanno lasciate.Iniziano a fare l’autostop, ma è piena notte, tempo di guerra, poche macchine e nessuno che si ferma.Sull’autostop faremo in seguito una riflessione, ma a questo punto cosa credete che sia successo?Ma Nostro Signore non ci lascia mai e poi mai a piedi !A questo punto è arrivato un angelo.Non vi crediate che sia stato un angelo da quattro soldi, era un signor angelo!Di ritorno dal viaggio in Austria per una partita di coppa Uefa, niente meno che un bel giocatore del Partizan !!!Anche lui dall’Ungheria per non passare dalla Croazia. Tè credo!Il sig. angelo si ferma, carica Artur e tutta la famiglia con le valigie e li porta fino al confine.

Al confine Artur e la sua famiglia devono scendere e noi di balkan-crew sappiamo il perchè.. ma vi spiegheremo in seguito.Artur è nuovamente in strada con la moglie e i bambini. Tutti con i passaporti albanesi e la frontiera serba.Ma chi l’ha detto che serbi e albanesi non vanno d’accordo? Pensate forse che Nostro Signore abbia paura delle frontiere?E’ arrivato l’angelo numero due.Questa volta però era un angelo di serie b perchè c’era la guerra con la Croazia e tanti angeli erano impegnati.L’angelo di serie b aveva una Golf beige e ha proposto ad Artur di portarlo fino a casa.Artur tentennava. Erano 800 km, un viaggio lunghissimo. C’era la guerra, tempo in cui si ammazzava una persona per sole 100 mila lire.Alla fine Artur accettò. L’angelo di serie b era anch’esso albanese, ma godeva di una serie di protezioni infinite anche in terreno serbo.Saltata la frontiera, l’angelo B si muoveva in territorio serbo come se fosse casa sua e con un’organizzazione degna di un gran signore. Ad ogni provincia cambiava la targa della Golf.Quella era un’operazione un po’ delicata e lunga e quindi Angelo B tirava fuori il kalashnikov e sbullonava e reimbullonava le nuove targhe.Tutto questo per 800 km, una famiglia di albanesi e un angelo di serie b in territorio serbo, durante la guerra.Chi mi ha raccontato questa storia è il figlio di Artur, che adesso ha 32 anni.All’epoca ne aveva 14 e quelle paure se le sogna ogni notte.Il figlio di Artur lo chiameremo Eduart e vi posso dire che è arrivato su questo blog litigando a più non posso sempre per il fatto del Kosovo.

ARTUR E I COMPLICATI VIAGGI BALCANICI

Assalto alla colonna JNA – 93 morti

La storia di Siniša Mihajlović

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Ruđer Bošković – Ruggero Boscovich

Nato a Ragusa in Dalmazia da padre serbo e madre italiana.

Chi ha avvisato l’ANSA il 13/02/2017 dicendo che Boskovic era croato ha detto il falso . Impossessarsi delle culture precedenti perchè hai conquistato quel territorio non ha nessun senso, altrimenti anche tutta la cultura degli Illiri diventerebbe croata. L’unica cosa corretta da dire è quella scritta sulla statua. Nato a Ragusa attuale Croazia . A Dubrovnik al massimo son croati dopo il 1920 e nemmeno, non certo dagli Illiri. A Dubrovnik nascono i croati da quando è Croazia, non prima. Non si puo’ cambiare nazionalità a tutti quelli nati 200 anni prima. Che ignoranza certa gente!!!

Ad esempio:

Nikola Tesla è stato un inventore e fisico serbo, nato a Smiljan, odierna cittadina croata, nel 1856 come suddito dell’Impero austriaco, e morto a New York nel 1943

Boskovic’ è un Dalmata col padre serbo e la mamma italiana. Di croato non ha nulla. Naturalmente avendo il padre serbo e la mamma italiana parlava benissimo sia il serbo croato che l’italiano.

Bè.. visto che gli albanesi dicono che Nikola Tesla è albanese, anche i croati possono dire che Boskovic è croato. La storia si tramuta in opinioni .. alle volte, ma indovinate un po’? E’ sepolto in una chiesa ortodossa!! Penso che da lassù parli chiaramente

I Boskovics erano una nobile famiglia serba la cui origine era dell’Erzegovina orientale – Orahov Do vicino a Trebinje. Da questa zona, alla fine del XVIII secolo, Nikola Bošković si trasferì a Dubrovnik per commerciare. Durante il commercio, Nikola Bošković era anche interessato alla storia dei serbi, così è stata scritta la sua opera Relazione dei Monasateri della Provincia di Rassia.

Ci sono due personalità importanti nella famiglia Boskovic: Bozo Boskovic e Rudjer Boskovic. Božo Bošković era un rispettabile e ricco commerciante. Ha lasciato 10.000 fiorini al comune di Dubrovnik per l’istruzione dei bambini abbandonati “indipendentemente dalla religione”.

Nella famiglia spicca Ruđer Bošković, matematico, fisico, astronomo, diplomatico e poeta di fama mondiale.

Quando i Bošković ottennero davvero la nobiltà, non è stato determinato esattamente, molto probabilmente l’hanno ottenuta come Pokrajčić nel 1595, e anche prima, e che su questa base la famiglia Bošković ha ricevuto la nobiltà e lo stemma il 15 aprile 1718. Non è noto a quale Boskovic si riferiscano queste informazioni e se si riferiscano a questa famiglia Boskovic.

Un ramo della famiglia Boskovic, si diresse a nord, attraverso Valjevo fino a Srem, dove spicca Jovan Boskovic filologo, professore, redattore di Matica Srpska e ministro dell’Istruzione nel governo di Jovan Avakumović.

Persone poco intelligenti hanno definito Boskovic’ eterno simbolo della Croazia, ovvero uno stato che nascerà 200 anni dopo la sua morte. Davvero dei geni!!!!

Come se non bastasse, Tuđman volle mettere le mani anche su Ruggero Giuseppe Boscovich, raguseo, figlio di padre erzegovese e di madre oriunda bergamasca – Bettera – lo scienziato gesuita vissuto in Italia fin dai tredici anni di età. Scrisse le sue opere soltanto in italiano e in francese, personalmente polemizzò con chi voleva cambiargli nome e cognome, ma ciononostante Tuđman voleva che il monumento dello scienziato a Milano lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković. Il governo italiano quella volta disse di no e la visita ufficiale del “Vrhovnik” in Italia sfumò. Giacomo Scotti, Croati pigliatutto

I croati hanno speso tanti denari per regalare una statua di Boskovic’ a Milano, ma non hanno potuto scriverci sopra “croato”. Il nazionalismo porta solo guerra, sempre e ovunque; però viene detto a tutti i giornali che Boscovich è croato et voilà, il gioco è fatto! Già c’erano riusciti a Troia con un certo cavallo

Anche Italo Calvino è italiano però è nato a Santiago de Las Vegas de La Habana per non parlare di tutti gli italiani nati in Libia e Ungaretti nato al Cairo sarebbe egiziano ? E Ugo Foscolo era greco? Si puo’ dire che la Serbia ha dato 18 imperatori all’Impero romano? Si puo’ dire che Eraclito è turco perchè adesso Efeso è in Turchia ?

Marta Drpa è una serba nata a Knin, attuale Croazia, prima che i croati compissero la strage di Krajina con 600 civili uccisi nelle loro case. Marta è serba e serba è rimasta. Quindi i croati riescono a cambiare nome e nazionalità solo ai morti 

Nel palmares dei «croati» finisce un buon numero di dalmati, in particolare di ragusei. Ragusa è una delle città più di confine: comune italiano vissuto in concorrenza con Venezia (che la occupa fra XIII e XIV secolo, plasmandone le istituzioni), Ragusa è considerata la “Quinta repubblica marinara”. Tuttavia è oggettivamente una città dalle molte identità, in cui convive l’elemento italiano (peraltro, un italiano non veneziano, proprio per la rivalità con la Serenissima) della classe dirigente con quelli slavi (croato, serbo, bosniacco, montenegrino) e balcanico in genere (morlacco, valacco, greco, armeno e albanese). Alla fine del 1500 e poi nel secolo successivo Ragusa subisce due devastanti terremoti. La città non si riprese mai più da questi due colpi e lentamente l’elemento italiano venne soverchiato da quello slavo, nonostante la perfetta convivenza dei due. Quando Napoleone pone fine alla vita millenaria della repubblica marinara, fra 1804 e 1806, a Ragusa l’italiano è ancora la lingua ufficiale, anche se gran parte della popolazione parla comunemente le lingue slave.

Figli di questa città di confine, moltissimi ragusei possono essere considerati tanto italiani quanto slavi. E fra questi il più celebre è senz’altro l’astronomo e matematico Ruggero Boscovich (1711-1787) nato a Ragusa da madre italiana e padre serbo, a 14 anni si trasferì in Italia. Boscovich, che fu un prete cattolico, è uno dei più grandi intellettuali del suo tempo: matematico, astronomo, uomo di fede e di scienza. Era senz’altro bilingue (parlava anche in serbocroato, ma in famiglia prediligeva l’italiano), scrisse la gran parte delle sue opere scientifiche in latino – lingua della scienza d’allora – ma anche in italiano e in francese. Nella sua corrispondenza con Voltaire, il filosofo gli scriveva in italiano. Fece parte dell’Accademia dei Quaranta, altrimenti detta Società Italiana. E’ interessante che anche i serbi considerano Boscovich come un “loro” scienziato, poiché suo padre era di origine serba. Boscovich preferiva definirsi “dalmata”, rivendicando dunque un’origine regionale più che nazionale (un atteggiamento dunque molto… italiano!). Va altresì notato che dei suoi cinque fratelli, due – Anna e Pietro – furono buoni poeti slavi, mentre un altro – Bartolomeo – fu studioso e poeta, ma di lingua italiana.

La Croazia scippa personaggi storici italiani

I croati sono così rispettosi della cultura altrui che non c’è un monumento lungo tutte le coste croate che indichi la presenza degli italiani che c’è stata per tantisimi anni. Ma non solo, molte chiese a Dubrovnik sono ortodosse serbe. Guardate un po’

qui

…..Fu in questo periodo che la città iniziò a essere teatro di un duro scontro politico dovuto alla formazione delle varie coscienze nazionali, che tendevano ad attribuire a sé non solo il territorio comunale, ma anche l’antica e gloriosa storia della millenaria Repubblica di Ragusa. Questo scontro vide tre componenti in campo: l’etnia croata, che era maggioritaria, l’etnia serbo/montenegrina e infine la componente italiana: ognuna si organizzò in un partito e per un certo periodo di tempo serbi e italiani si coalizzarono in funzione anti croata, riuscendo anche a far eleggere l’autonomista italiano Marino Bonda al Parlamento imperiale di Vienna: fu l’ultimo rappresentante italiano ad ottenere questa carica.

La Dalmazia non era un dominio Veneziano. La Dalmazia era Venezia. L’unica regione veneziana a non aver mai avuto serie rivolte (perfino Chioggia ne ha avute!). Che parlassero dalmatico, italiano o croato ikavo, gli abitanti della Dalmazia hanno sempre guardato Venezia (e poi Vienna) come centro, mai Zagabria (o Budapest) e questo fino a 100 anni fa. Gli Schiavoni di Dalmazia si sono fatti massacrare tutti pur di non arrendersi agli Austriaci nel 1797 e il viale più bello di Venezia, da San Marco all’Arsenale, porta il loro nome. Una vera assurdità affermare “croata” ogni cosa prodotta in Dalmazia prima del 1919.

Dove si trovano una bandiera serba e una croata vicine? Ma naturalmente a Subotica! Pensate che se girate con una bandiera serba in Croazia rischiate il linciaggio. Si capisce bene quanto la Serbia è più democratica della Croazia sempre vittima del suo passato ustascia. Infatti guardate

qui

E poi, infine, di quale lingua Croata stiamo parlando? Quella letteraria usata fino al 1992, basata sul dialetto štokavo jekavo dell’Erzegovina e ben compresa da tutti (anche da Bosniaci e Serbi), o l’ostico dialetto kajkavo di Zagabria che hanno introdotto come neolingua letteraria nel 1992?

Si tratta di una involuzione. Il Kajkavo di Zagabria è stato solo brevemente lingua ufficiale nella Croazia storica, già alla fine del 400 gli scrittori incominciarono ad usare il dialetto di Erzegovina, mentre per gli atti ufficiali a Zagabria si usava il Latino o l’Ungherese. Ridotto allo stato di dialetto non scritto, fu Tuđman a riesumarlo come lingua ufficiale, per differenziarlo il più possibile dal serbo.

Ruggero Boscovich ha scritto infatti “Slavico”, non “Croato”. Non poteva essere Croato, perché ai suoi tempi la “Croazia” era solo Zagabria, Karlovac e Rijeka, i cui scrittori peraltro scrivevano nella forma stokava jekava originaria dell’Erzegovina e parlata anche dai Serbi di Krajina e di Bosnia (solo oltre la Drina si parla Ekavo). 

L’equivoco di Dubrovnik nasce dal fatto che fino al 1500 circa si parlava il Dalmatico, lingua neolatina a cavallo tra Italiano e Romeno. La slavizzazione popolare avviene tra il 1400 e il 1550. Ma come lo stesso Boscovich afferma, la lingua popolare di Dubrovnik era “Slavico”, non Croato, un dialetto molto simile a quello di Erzegovina lingua letteraria di tutti i Croati fino al 1992, ma il dialetto di Dubrovnik veniva parlato da tutti anche dai Serbi e dai Mussulmani a ovest del fiume Drina, quindi non poteva essere definito solo Croato. Peraltro, il dolce idioma di Erzegovina era quello ferocemente odiato da Tudman

Riguardo al serbo parlato da Boskovic’ si sappia che è esattamente quello che parlava il sig.Novakovic insegnante presso una scuola croata, licenziato perchè non parlava il croato standard. Il sig. Novakovic’ ha poi vinto la sua causa presso la corte di Strasburgo, ma purtroppo la sentenza è arrivata dopo la sua morte. Davvero penosa la Croazia attuale in fatto di diritti dell’uomo.

Il problema del nazionalismo croato è spiegato

qui

La più antica società astronomica nei Balcani, con sede a Belgrado porta il nome di Ruđer Bošković.

Ivan Meštrović adora lavorare per la Serbia, infatti è sua la statua al Kalemegdan di Belgrado: Victory, Ivan Mestrovic, Kalemegdan park, Belgrade, Serbia

Da notare che nel filmato in You tube che parla dell’inaugurazione della statua, l’assessore milanese intelligente non dice che Boskovic’ è croato e nemmeno nella descrizione sotto c’è scritto il falso. Quindi se ne conviene l’assoluta malafede di chi ha detto ai giornali una bugia. Mentivano sapendo di mentire

PLANETARIO, SCOPERTA STATUA BOSCOVICH

Per ulteriori informazioni si veda

Balkan crew

Vedasi anche il testo di Carlo Felice Manara in cui si ribadisce che il padre di Boskovic’ era un ricco mercante serbo e il dizionario Treccani

I croati non hanno lasciato uno che sia uno nella sua origine. Hanno rubato tutto, proprio come dice Giacomo Scotti. Il filosofo chersino Francesco Patrizi divenne Franjo e Frane Petrić ed ancora oggi, nei convegni annuali a lui dedicati a Cherso, è sempre e soltanto croato, viene chiamato sempre come lui non si firmò mai. Gli studiosi croati della sua opera sono però costretti a tradurre i suoi libri dal latino e dall’italiano. Giacomo Scotti. Croati pigliatutto

Uno “storico” di musica zagabrese con il quale polemizzai negli anni Settanta, scrisse – e nella storia della musica croata si ripete quanto lui scrisse allora sul “Borba” – che il compositore istriano del XV secolo Andrea da Montona il Vecchio, tra l’altro inventore della stampa delle note musicali, era croato. Perciò gli cambiò i connotati chiamandolo Andrija Motuvljanin-Starić. Anche il montonese, tanto per cambiare, visse fin da ragazzo a Venezia e scrisse unicamente in italiano i versi dei suoi pezzi musicali. Quando il papa Giovanni Paolo II arrivò a Fiume (e molti giornalisti italiani scrissero Rijeka, alla radiotelevisione pronunciato “rigieca”), la Curia zagabrese inviò a tutti i giornali (compresa “La Voce del Popolo”) un inserto a pagamento di una decina di pagine sui “santi croati”. Ne trovai alcuni – per lo più “beati” – vittime delle persecuzioni anticristiane degli imperatori romani: santi polesani, istriani. Non mi risulta che all’epoca romana ci fossero croati e slavi in genere in Istria e Dalmazia. Giacomo Scotti

Si moltiplicano i commenti sui vari giornali; questo è uno: “Quando si conquista un territorio si acquisiscono i beni materiali. Se esiste uno straniero in uno stato democratico, rimane straniero. Naturalmente parliamo di stati democratici e non dello stato fantoccio di Croazia che che ha sterminato serbi, ebrei e rom. Tantomeno si puo’ dire che Boscovich è croato essendo nato da padre serbo e madre italiana nella Repubblica di Ragusa che non aveva niente a che vedere con l’attuale Croazia, nata 200 anni dopo la morte di Boscovich. Quindi dire che Boscovich è croato è un falso. Giacomo Scotti continua a dirlo e ha avuto pesanti minacce per questo, tanto per dire quanto assomiglia alla Croazia fantoccio l’attuale stato. Comunque grazie per far pubblicità agli scrittori serbi. A Belgrado c’è Cvijeta Zuzorić Art Pavilion e la più antica società astronomica nei Balcani, con sede a Belgrado porta il nome di Ruđer Bošković.”

Perchè Boscovich non vorrebbe essere certo croato lo leggete

qui

Ruđer Josip Bošković

Milano | Porta Venezia – Che fine ha fatto la statua dedicata a Boscovich?

Milano | Porta Venezia – Inaugurata la statua dedicata a Boscovich

Ruggero Boscovich. Nato in Dalmazia da padre serbo

Ruka Svetog Save i Ruđer Bošković – veza relikvije i srpskog naučnika

I croati si vogliono rubare pure Maradona!

Ruggero Boscovich in Balkan crew

Obrazovni sistem “Ruđer Bošković”, Beograd

“Ruđer Bošković”, Beograd

100 najznamenitijih Srba: Emisija 25 – Ruđer Bošković

Articolo di Carlo Felice Manara

L’italianità di Boscovich (La verità cura le ferite)

Boscovich: una precisazione

La nazionalità contesa di Nikola Tesla

Croati pigliatutto. Giacomo Scotti

Nikola Tesla era serbo

Marco Polo

Srbin katolik, čemu?

E’ tutto “naš”

Il parere di Antonio Ballarin

Lettera di protesta all’ANSA

La voce del popolo. Il caso Boscovich

Il parere di Giacomo Scotti

Non si capisce più dove è nato Marco Polo

Lineamenti di un genocidio culturale

Le bugie hanno le gambe corte

Ruggero o Ruggiero

Il ritorno nella mia Dalmazia alla ricerca della tata serba

Repubblica di Ragusa stato dei Balcani dal 1358 al 1808

Dubrovnik – Srpska crkva svetog Blagovjestenja u Gradu

AUSTROUGARSKI POPIS: U Dubrovniku žive Srbi, nema nijednog Hrvata

Mostra Marino Darsa alla Pinacoteca di Brera di Milano

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Eliza

📚Umberto Li Gioi – Eliza, una storia macedone (Edizioni Saecula)

Il libro che vedete in foto è’ un bellissimo libro di vita, di morte, di odio e di amore. Che poi a dire il vero si intrecciano sempre ricordandoci come non siano possibili le une senza gli altri.

L’autore è’ molto abile ed utilizza la penna in maniera leggiadra, leggera ma non superficiale, semplice ma non semplicistica. Lo reputo una grande narratore e spesso durante la lettura ho avuto la sensazione di essere di fronte ad un menestrello, un magnifico cantastorie di una corte normanna, magari nella sua Sicilia, in un nobile tempo passato.

Ed è’ proprio il “tempo” il vero nastro su cui scorre come una bellissima pellicola tutta la storia.
Storia che si sviluppa su diversi piani di narrazione: passato remoto (ma non troppo), passato prossimo e presente. Il nastro della pellicola cattura fotogrammi ora in bianco e nero ora a colori. E li racconta, vivendoli.
L’autore ripercorre – non solo in maniera figurata ma in parte proprio fisicamente – i luoghi dove la famiglia del suo fraterno amico Rino vivevano. Le terre povere del Sud Italia, il mar Egeo, la Guerra mondiale, la Grecia insulare e l’arida ma dignitosa Macedonia.
Emerge, grazie ai ricordi che Rino ha voluto gentilmente – immagino dopo anni di sofferte riflessioni – concedere al mondo, la figura di sua madre Eliza.
Una donna d’altri tempi, una donna che si è’ trovata suo malgrado a crescere prima del tempo. Una ragazza macedone forte, resistente, resiliente, dotata di una sensibilità e di un coraggio fuori dal comune. E il suo amato, contadino italiano, più avvezzo all’arte del parrucchiere che del soldato armato di fucile. Quel fucile che gli è’ stato messo in mano dalla Storia, strappandolo dalla propria terra e dalla propria famiglia.

Il diario e i ricordi di Oronzo si aprono, si schiudono, lasciano che l’autore li riveli e, con una melodia melanconica, li srotoli in una bellissima sinfonia.
E’ un romanzo polifonico, ora greve ora leggero. Ora allegro ora triste. Con una gestione sapiente dei dialoghi.
La melodia, che disegna la musica in orizzontale, è’ costituita dalla storia di Eliza e il suo grande amore; l’armonia, che svolge lo stesso mestiere ma in verticale, narra diverse storie in diversi momenti storici.
Ne esce un geometrismo perfetto, che in un climax inarrestabile svela il volto dell’orrore, dell’amore, della morte e della nuova vita. Come una tragedia teatrale, struggente e bellissima.

Purtroppo però non è’ solo romanzo, è’ anche parte del vissuto di una famiglia. La Famiglia di Rino. Storia vera, vissuta, sofferta e pianta. Di dolore e di felicità. Pianto liberatorio, pioggia purificatrice.

E allora grazie a Rino per averci fatto conoscere la storia della sua famiglia e grazie a Umberto per il suo bellissimo lavoro di ricerca e stesura letteraria

Lorenzo Gambetta

Eliza. Una storia macedone

Gabriele ci presenta il libro: “Il Brasile d’Europa”

Si  è svolta Domenica 19 Marzo, presso il locale Luna’s Torta (situato nel quartiere S. Salvario, a Torino), la presentazione del libro “Il Brasile d’Europa. Il calcio nella Ex-Jugoslavia tra utopia e fragilità”. Presenti l’autore , Paolo Carelli (esperto di ricerca e formazione sui media), Eric Gobetti (“cultore” della storia dei Balcani) e Paolo Reineri (giovane avvocato torinese, appassionato di sport a 360 gradi ed avente al suo attivo alcuni “Veciti Derby”, vissuti “live in Beograd”…. e scusate se è poco, aggiungo io).

Come ha fatto notare Eric, il primo a prendere la parola, questa pubblicazione rappresenta un quadro più approfondito di una storia, solitamente appiattita sulla guerra. In ciò risiede l’elemento più interessante e caratterizzante rispetto ad altri libri, che si sono occupati del medesimo argomento.

Mentre, in Italia (ed altri Paesi occidentali), assistiamo ad un calcio ridotto a puro spettacolo televisivo (spesso di livello assai mediocre) con la marginalizzazione dei tifosi (anche a causa di una criminalizzazione del mondo “Ultras”, nonché di provvedimenti, come la “tessera del tifoso”, finalizzati anche a rendere problematica e “burocratica” la partecipazione delle masse popolari agli eventi calcistici); nella Ex-Jugoslavia, queste connessioni tra sport e politica sono ancora vive, vissute con orgoglio e non ripudiate, come un “ingombrante passato” da dimenticare al più presto.

Quella del calcio nella Ex-Jugoslavia è una storia che si è intrecciata con l’originalità politica, sociale e culturale di una Nazione costruita “a tavolino”, nell’immediato secondo dopo guerra, su di un delicato equilibrio di popoli eterogenei, con le sue utopie e contraddizioni. Dai primi successi olimpici (nel 1952, ad Helsinki, contro gli “amici-nemici” dell’ URSS) ai contrasti (anche sportivi) con l’Italia sulle “questioni” di Fiume e Trieste (in particolare si è fatta menzione delle vicende di una squadra che può essere considerata il simbolo dell’ostilità tra i due Paesi: il Ponziana); dall’impresa della Nazionale Under 20 “rosso stellata”, vittoriosa in Cile nel Campionato del Mondo di categoria, fino alla dissoluzione del Paese, cominciata proprio su di un campo di calcio (il 13 Maggio 1990, in occasione della partita di Campionato, tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado, mai disputata per gravi violenze tra le due tifoserie e contro la polizia).

Un’ epopea fatta di successi e talenti ma, soprattutto, di una costante ricerca della perfezione ed accompagnata da un profondo senso di instabilità e fragilità. Il leit-motiv che ha contraddistinto le prestazioni della nazionale jugoslava può essere riassunto nell’espressione “genio e sregolatezza”, tipici dei “non allineati”, dei “non conformi”….  A fronte di giocatori dotati individualmente “di classe cristallina”, è sempre mancata la disciplina nonché la capacità di fare “gioco di squadra”.

L’incontro, durato circa un’ora e mezza, è letteralmente “volato” tra innumerevoli ed intriganti aneddoti.

E’ incredibile notare come, nel breve volgere di un decennio, la situazione politica sia precipitata in modo irreversibile, creando le condizioni per lo scoppio della guerra civile e la conseguente disintegrazione del Paese: mentre, nel 1980, poche settimane dopo la morte di Tito, durante un Hajduk Spalato- Stella Rossa Belgrado, i tifosi di ambedue le squadre si unirono per esprimere un comune cordoglio; nel 1990, oltre al famoso episodio già citato in precedenza, è significativo come (in occasione di un Hajduk Spalato- Partizan Belgrado) i tifosi della squadra croata invasero il campo e tolsero dal pennone dello stadio Poljud la bandiera jugoslava per issare quella croata.

L’identità dei club permette di capire il ruolo che il calcio ha rivestito nella guerra civile. E’ possibile individuare tre periodi storici: nel primo (1900-1910), le squadre nascevano su base “etnico- nazionalistica”; nel secondo (anni ’20 dello scorso secolo), le squadre venivano fondate più su basi “ideologico- politiche” (come, ad esempio, lo Zeljieznicar Sarajevo e lo Sloboda Tuzla); mentre, le squadre costituite a partire dagli Anni ‘40 riflettevano l’ideologia “comunista- titina” (su tutte il Partizan Belgrado, la “squadra dell’esercito”, che doveva rappresentare l’intera nazione jugoslava e, per questo motivo, nel suo atto costitutivo, fu stabilito che, a turno, i suoi Presidenti dovessero appartenere alle diverse nazionalità componenti il “puzzle balcanico”…..ironia della sorte, negli Anni ’50, a ricoprire questa carica fu un certo Franjo Tudjman…..lo stesso che, 40 anni dopo, sarebbe stato eletto come primo Presidente della “neonata” Croazia)…..Contraddizioni e colpi di scena usuali nella storia dei Balcani…..

Mentre si è spesso sentito parlare della rivalità del “Veciti Derby” (Derby eterno), tra Partizan Belgrado e Stella Rossa (squadra, quest’ultima, più legata all’identità serba e, per questo motivo, invisa a Tito), sicuramente “più di nicchia” e “per intenditori” è quella tra le due squadre di Mostar , i “Rodeni” (i nativi) dell’ FK Velez ed i “Plemici” (i nobili) dell’HSK Zrinjski. Quello di Mostar , infatti, su cui si sono soffermati entrambi i relatori, è un “derby di identità” (come lo ha definito il sito “eastjournal.net”) che affonda le proprie radici nelle origini delle due squadre. L’appartenenza dell’ HSK Zrinjski (fondata nel 1905) è evidente sin dalla sua denominazione: Hrvatski Sportski Klub, ossia club sportivo croato; infatti la squadra rappresenta la popolazione croata di Mostar ovest e trae il proprio nome dai principi Zrinski, una nobile famiglia croata. Un’ origine diametralmente opposta a quella dell’ FK Velez, nato nel 1922, come squadra operaia e presto associata al Partito Comunista locale, ed i cui tifosi oggi appartengono alla comunità musulmana di Mostar . Le due tifoserie rivali non potevano lasciarsi sfuggire una partita tra Croazia e Turchia come il pretesto per scontrarsi tra di loro ….

Questo libro è, a mio avviso, ancor più interessante perché permette di comprendere complicate dinamiche storiche e politiche sottostanti ad un “mondo calcistico”, sconosciute ai media italiani. Si ripensi ai patetici telecronisti della RAI che, chiaramente ignorando il significato del tradizionale “saluto serbo” (con le tre dita), fatto dai giocatori serbi ai propri tifosi, in occasione della “turbolenta” partita di Genova, lo interpretarono come un “invito alla calma” per evitare una sconfitta per 3-0 a tavolino …..beata ignoranza !!!!.

Oggi paradossalmente,la marginalità del calcio balcanico, quanto meno come livello tecnico espresso, lo rende ancor più affascinante ed identitario. Sicuramente il merito di ciò va attribuito a dei gruppi Ultras “spontanei” e “genuini”, in grado di ergersi a protagonisti , in modo tale da compensare la mediocre qualità delle squadre. Nel corso dell’incontro, degna di una menzione particolare è stata la Torcida dell’ Hajduk Spalato, il più antico gruppo Ultras del panorama ex-jugoslavo, fondato nel 1950 su iniziativa di alcuni marinai croati, provenienti dall’isola di Korcula , che seguirono i Mondiali del 1950 , in Brasile. Essi rimasero talmente colpiti dallo stile del tifo brasiliano da decidere, al loro ritorno in patria, di emulare le gesta dei supporters carioca. Molto suggestiva ed emozionante è la “rivalità a colpi di murales” che, nel corso dei decenni, si è combattuta lungo tutta la costa croato-montenegrina tra i tifosi dell’ Hajduk e quelli delle due squadre di Belgrado ….. quasi a voler marcare il territorio e le sfere di influenza !!!!.

Gabriele C.

UN RICORDO DI DINO CASAVOLA

Mio padre non voleva fare il militare: nel ’38 non si presentò alla chiamata di leva. Vennero dei gentili carabinieri ad accompagnarlo in caserma e fece la conoscenza con le Forze Armate in una cella del castello di Pavia.
Passano due anni, termina la leva e Dino Casavola torna a casa. L’Italia dichiara guerra alla Francia. Il tempo di riprendere la sacca militare e raggiunge il col di Tenda. Tutto tranquillo o quasi: la Francia, allo stremo per l’invasione tedesca, firma l’armistizio dopo pochi giorni (non prima di aver bombardato dal mare la città di Genova).
Forse, avrà pensato mio padre tornando a casa, la guerra non era così brutta… e arriva una nuova chiamata: ci si imbarca a Brindisi per raggiungere l’Albania.
Dall’Albania, gli italiani volevano spezzare le reni alla Grecia, i greci non erano della stessa opinione e ce lo stavano spiegando anche troppo chiaramente.
L’inverno albanese rimarrà un ricordo costante per mio padre, che odierà gelo e neve per il resto della vita. Intanto la guerra continua, con la primavera arrivano i tedeschi, e finalmente anche gli italiani entrano in Grecia.
Arriva anche il settembre ’43: l’armistizio. I reparti italiani ricevono notizie contraddittorie, e in qualche maniera anche all’interno della Grecia arrivano voci su Cefalonia e i massacri tedeschi. Cosa successe a quel gruppo di soldati italiani non lo so, ma Dino Casavola fece in tempo a raggiungere la montagna, finendo con i partigiani. Imparò il greco.
Nel frattempo in Grecia sbarcano gli inglesi e i tedeschi si ritirano. I partigiani greci e i soldati inglesi troveranno anche il tempo per spararsi tra loro per decidere chi avrebbe comandato in Grecia negli anni a venire.
Mio padre si ritrova prigioniero degli inglesi. Comincia una nuova avventura: a piedi… dalla Grecia all’Egitto, lungo tutta la sponda orientale del Mediterraneo. “L’elmetto degli inglesi, il più scomodo che abbia mai indossato…” mi dirà.
In Turchia vide come i superiori trattavano le loro truppe (e ringraziò di non aver dovuto fare lì il militare).
Campo di prigionia – Egitto: ci rimase più del previsto e riportò in Italia un’abbronzatura che resisterà per il resto dei suoi anni…. altro ricordo che durerà un po’ di anni: la malaria. Non c’era molto da fare: imparò un po’ d’inglese e la Divina Commedia a memoria (l’unico libro a sua disposizione)
Finalmente il 25 aprile! La guerra è finita e piano piano ritornano in Italia i soldati fatti prigionieri (qualcuno no, ma questa è un’altra storia). Gli inglesi se la prendono comoda con i rimpatri e in quel campo di prigionia in Egitto scoppia una rivolta. Responsabili e presunti tali (lui è nel gruppo) saranno gli ultimi a rientrare, nel 1946.
Ecco la storia di un uomo che non voleva fare il militare e se ne fece otto anni, come soldato, come partigiano e infine come prigioniero, uscendone vivo.
Quando ero ragazzo, avrei voluto parlare con lui di come furono quegli anni. Ma quasi tutte le volte la risposta era la stessa: “ Non è stato divertente, non ho molta voglia di parlarne.”
Così è nata questa ricostruzione, reale o forse immaginaria, raccogliendo frammenti di discorsi e reticenze.
Che dire ancora? A 77 anni passati, anche Dino Casavola smise col lavoro. Ero contento, perché finalmente avrebbe potuto godersi il riposo, la calma, i nipoti. Neanche sei mesi dopo, una malattia lo portava via nel giro di un mese. Era il 4 luglio 1998.
Fabrizio Casavola

Fabrizio Casavola in Balkan crew

Balkani mon amour

Il caffè delle diaspore

Visit Macedonia

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